Nel mio lavoro di interior design basato su neuroarchitettura e psicologia ambientale, clienti, amici, o persone a cui racconto semplicemente quello che faccio mi chiedono sempre: “Ma questo è come il feng shui?” oppure “Hai studiato bioarchitettura?”

È una domanda che mi fanno da almeno vent’anni, ed è assolutamente legittima. Nel panorama del benessere abitativo esistono numerose discipline che promettono di migliorare l’esperienza delle persone negli spazi, alcune con millenni di storia alle spalle, altre nate in tempi più recenti. Il feng shui, la vastu shastra indiana e altre pratiche simili condividono tutte l’obiettivo di creare ambienti in armonia con chi li vive.

Mi sono spesso fermata a riflettere sui punti di contatto e sulle differenze tra questi approcci tradizionali e la mia metodologia, basata su neuroarchitettura e psicologia ambientale. Vorrei condividere queste riflessioni, per mostrare come strade diverse possano condurre a una comprensione più profonda del legame tra spazi e benessere.

Quando tradizione e scienza trovano punti di convergenza

Una delle scoperte più affascinanti nel mio percorso professionale è stata notare come approcci metodologicamente opposti possano spesso portare a soluzioni progettuali molto simili.

Capita spesso che, partendo da presupposti completamente diversi – l’equilibrio energetico da un lato, la risposta neurofisiologica dall’altro – si arrivi a proporre scelte simili per quanto riguarda la disposizione degli arredi, l’uso dei materiali, o l’organizzazione degli spazi.

Non è un caso. Entrambi gli approcci, seppur con linguaggi e spiegazioni differenti, osservano la stessa cosa: come gli esseri umani reagiscono agli ambienti che li circondano. Diverse culture millenarie, grazie a un’osservazione attenta e paziente, hanno individuato schemi che influenzano il nostro benessere negli spazi e li hanno poi codificati in sistemi simbolici e filosofici; la scienza contemporanea li misura attraverso strumenti tecnologici e protocolli di ricerca.

Il risultato? Spesso si arriva a raccomandazioni sorprendentemente simili sul cosa fare, anche se il perché viene spiegato in modi radicalmente diversi.

Prendo spesso appunti durante i progetti su queste convergenze. Mi è capitato di progettare una camera da letto seguendo principi di neuroarchitettura e psicologia architettonica – posizione del letto, materiali, illuminazione – e di sentirmi dire dal cliente: “Ma è esattamente quello che mi aveva consigliato la mia consulente feng shui!” oppure di scegliere materiali naturali per le loro proprietà biofiliche, scoprendo poi che rientravano perfettamente nei canoni delle discipline orientali.

Questo mi fa riflettere su quanto sia ricca e sfaccettata la relazione tra esseri umani e spazi abitati, e su come diverse tradizioni di conoscenza possano offrire prospettive complementari su questa connessione così fondamentale.

Per le persone altamente sensibili, queste convergenze hanno un significato particolare. Il loro sistema nervoso registra e amplifica ogni dettaglio ambientale, rendendo ancora più evidente come certi principi – che siano chiamati “equilibrio energetico” o “regolazione neurofisiologica” – si traducano concretamente in benessere o disagio.

Quando tradizione e scienza prendono strade diverse

Naturalmente, le convergenze non raccontano tutta la storia. Esistono anche differenze significative di approccio, che portano a volte a raccomandazioni molto diverse, se non addirittura opposte.

Questo non significa che un approccio sia “giusto” e l’altro “sbagliato”. Riflette piuttosto sistemi di conoscenza nati in contesti culturali e storici molto diversi, con obiettivi e metodi differenti.

Detto ciò, non sempre queste differenze portano a scelte inconciliabili. In molti casi, gli spunti offerti dalle pratiche tradizionali possono arricchire la progettazione contemporanea, offrendo una dimensione simbolica e affettiva che non entra in conflitto con i principi neurofisiologici.

L’importante è che ogni scelta sia ponderata in base all’effetto reale che ha sulla persona, e non solo perché risponde a una regola astratta.

Nel mio lavoro con persone altamente sensibili scelgo l’approccio basato sull’evidenza. Questo però non significa che consideri prive di valore le tradizioni come il feng shui. Anzi, trovo straordinario come, secoli prima dell’EEG e della risonanza magnetica funzionale che usiamo oggi per studiare come il cervello reagisce agli stimoli ambientali, culture diverse avessero già elaborato sistemi raffinati per progettare spazi in armonia con il benessere umano.

L’idea, forse, è mantenere una mente aperta ma critica, valutando ogni raccomandazione in base ai risultati concreti che produce nel benessere della persona, indipendentemente dalla sua origine teorica. Dopo tutto, l’obiettivo finale resta lo stesso: creare spazi che nutrono e supportano chi li abita.

La scienza come strumento di precisione

Partendo da questo rispetto per approcci diversi, la mia scelta di privilegiare il metodo scientifico nasce da esigenze pratiche specifiche del mio lavoro con le PAS.

Quando una cliente mi racconta che certi ambienti la sfiniscono senza capire perché, ho bisogno di strumenti che mi aiutino a identificare con precisione quali fattori ambientali potrebbero essere responsabili: è una questione di contrasto luminoso? Di riverbero acustico? Di sovraccarico visivo? Di materiali che generano cariche elettrostatiche?

La personalizzazione richiede misurabilità. Due persone altamente sensibili possono avere profili di sensibilità completamente diversi: una può essere particolarmente reattiva agli stimoli visivi, un’altra a quelli uditivi, un’altra ancora a quelli tattili. Per progettare in modo efficace, devo comprendere e quantificare queste differenze individuali.

Inoltre, l’approccio scientifico mi permette di spiegare ai miei clienti non solo cosa fare, ma perché farlo, in termini che possano comprendere e usare per decidere consapevolmente. Questo è fondamentale per chi, spesso, si è sentito dire per anni di essere “troppo sensibile” o “troppo esigente” rispetto agli spazi.

Un ponte tra scienza e tradizione

Mi piace pensare al mio lavoro come a un ponte tra la saggezza intuitiva accumulata attraverso generazioni e le conoscenze scientifiche derivate dalla ricerca contemporanea. Questo dialogo non deve per forza sfociare in una scelta esclusiva, ma può arricchire la nostra comprensione degli spazi e del loro impatto su di noi.

Scegliere la scienza non significa negare valore ad altre prospettive. Significa piuttosto capire quale strumento sia più adatto al tipo di lavoro che svolgo e alle persone che seguo. Per molti, l’approccio tradizionale può offrire una dimensione di significato e connessione culturale che va oltre la pura funzionalità.

Mi è capitato di lavorare con clienti che seguivano già principi feng shui, e di trovare insieme modi per integrare le loro convinzioni con soluzioni tecniche efficaci. Ciò che conta è comunicare con trasparenza il metodo che utilizzo e le ragioni dietro ogni scelta.

Non si tratta di scegliere tra scienza e tradizione, ma di integrare il meglio di entrambe in un approccio contemporaneo che rispetti la complessità dell’esperienza umana mentre la esplora e la sostiene con strumenti sempre più precisi.

Per le persone altamente sensibili, che percepiscono e processano l’ambiente con particolare intensità, avere accesso a spazi progettati con consapevolezza è particolarmente importante. Che questa consapevolezza derivi da una tradizione millenaria o dalla ricerca scientifica più avanzata, l’obiettivo è sempre lo stesso: creare ambienti che supportino, anziché ostacolare, il benessere.

Vuoi capire come questo approccio può trasformare il tuo spazio?

La tradizione ha intuito, la scienza ha spiegato.
La mia missione è usare questa comprensione per creare spazi che permettano alle persone altamente sensibili di essere pienamente se stesse, senza dover lottare contro l’ambiente che le circonda.

Perché ognuno merita uno spazio che lo accolga, lo protegga e lo rispecchi.

Nicoletta Bertolissi

Sono un architetto, interior designer e creative director di Udine.

Grazie a un approccio multidisciplinare che lega il design d’interni alla psicologia, alla fisiologia e al marketing esperienziale, progetto ambienti – aziendali, commerciali e domestici – le cui caratteristiche sono in grado di influenzare positivamente le persone che si trovano al loro interno. Mi occupo anche di direzione creativa e design.